Mihajlovic: «Io sono sampdoriano. È per questo che sono tornato»
«È
una grande gioia essere qui, mi sento a casa. Vedo volti conosciuti e
non, ma avremo il tempo di conoscerci. Qui l'aria è familiare».
Sinisa Mihajlovic è tornato a casa. L'uomo di Vukovar da quest'oggi
ha preso possesso del campo base blucerchiato e ha tracciato le
linee guida della sua gestione facendo trasparire tutta la passione e
l'amore che lo hanno riportato alla Sampdoria. «Sono
un appassionato di storia – inizia in un lungo monologo – e sfrutterò tre frasi di John Fitzgerald Kennedy, del
quale ricorrerà domani il cinquantenario della morte, per spiegare cosa dirò
ai ragazzi. Non
chiedetevi cosa possa fare il vostro paese per voi, ma quello che voi
potete fare per il vostro paese.
Bene, a loro dirò: non chiedetevi cosa possa fare la Sampdoria
per voi, ma che cosa potete fare voi per la Sampdoria».
Orgoglio.
«Abbiamo 31 giocatori – continua il nuovo mister -, non ci manca nulla. Ho fatto il c.t. e ho
visto i giocatori del mio paese che lavorano allo stesso modo di
quelli che sono qui, e magari non prendono lo stipendio. Ma hanno
fame e vogliono arrivare, magari in squadre proprio come la
Sampdoria. Per cui nella mia squadra d'ora in poi non si parla né di
obiettivi personali né di contratti, né di passato né di futuro:
si parla solo di presente».
«Devi
essere orgoglioso di indossare questa maglia – prosegue Mihajlovic -, io l'ho
indossata e so cosa si prova. Quando
ho sentito al telefono il presidente Garrone non ho esitato
un attimo: avevo un'offerta di due anni e mezzo con la Serbia e
invece ho firmato per sei mesi qui. Ho accettato perché ho un debito
di riconoscenza con la Samp, che mi ha preso in un periodo critico
della mia carriera e mi ha fatto passare quattro anni fantastici».
Storia.
«Ce la faremo a prenderci la salvezza – afferma Sinisa con
sicurezza granitica -. Ci metteremo grinta, orgoglio, appartenenza, tutti i
giorni. Dobbiamo avere onore per questa maglia: la Sampdoria è una
società prestigiosa, con 67 anni di storia e un sacco di grandi
giocatori nel suo passato. E se qualcuno dei miei non li conosce, glieli dirò. Brighenti, Skoglund, Suarez, un tecnico Campione del Mondo come Lippi; portieri come Bordon, Zenga, Pagliuca; difensori
come Vierchowod, Pari, Mannini, Pellegrini, Carboni, e c'era anche un
centrale serbo che dicevano tirasse bene le punizioni. C'erano anche
grandi stranieri come Brady, Francis, Souness, Mikhailichenko,
Cerezo, Platt, Jugovic, Gullit, Seedorf, Boghossian.
E una coppia di attaccanti speciale, forse la più bella del calcio italiano:
Vialli e Mancini. E poi punte come Chiesa e Montella sino a Cassano
e Pazzini. In panchina ci sono stati dei miti come Bernardini e Boskov, e
pure Eriksson, che è stato un grande innovatore. Negli ultimi
trent'anni, la società è stata in mano a due grandi famiglie, i
Mantovani e i Garrone. Neanche vent'anni fa la Samp ha vinto
una Coppa Coppe, uno Scudetto e ha perso solo ai supplementari una finale di Coppa Campioni. E solo tre stagioni or sono è andata in Champions, e
nello stesso anno è retrocessa. Ma la stagione dopo è tornata
subito in A. La Sampdoria può anche cadere ma deve rialzarsi. Si può
partire bene e finire male, ma anche partire male e finire bene. E io
voglio fare questo: noi siamo artefici del nostro destino».
Strada.
«Gli uomini vincenti trovano sempre una strada, i perdenti
trovano sempre una scusa – prosegue il tecnico citando sempre Kennedy -. Noi troveremo una strada». «Devo inoltre dire
grazie anche alla Federazione serba che
mi ha lasciato andare – dice commuovendosi -, per me è stata una scelta difficile lasciare
il mio Paese. Io ho avuto la fortuna in questi anni di allenare dei
giocatori bravi ma soprattutto dei grandi uomini. E spero un giorno
di tornare a fare il c.t della Serbia. Grazie anche al presidente
Garrone per avermi concesso questa opportunità».
Sampdoriano.
«Voglio trasmettere a tutti un ideale – chiude Mihajlovic -, di lotta e di orgoglio. Kennedy disse di fronte al muro di
Berlino: Ich
bin ein Berliner. E io oggi sono
fiero di dire: io sono sampdoriano. È per questo che sono tornato».
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