La storia di Mircoli: l’oriundo-meteora che salvò la Sampdoria

La storia di Dante Mircoli è ignota ai più. Mircoli è stato una meteora della Sampdoria degli anni 70. Arrivò in Italia grazie all’apertura delle frontiere per gli oriundi – dai tempi della scottante sconfitta dei Mondiali ’66 il mercato era limitato ai trasferimenti interni -, accompagnato dalla fama guadagnata con l’Independiente, campione d’Argentina e in Copa Libertadores. A dire la verità a Genova si vide pochissimo: solo 9 presenze tra il 1973 e il 1975. Eppure quei colori gli sono rimasti dentro, al punto che, salutata l’Europa, aprì un locale chiamandolo proprio Sampdoria. E se non fosse stato per un inserviente dell’anagrafe di Buenos Aires troppo scrupoloso, la stessa sorte sarebbe toccata anche alla sua primogenita.

Cuore. «Ho giocato poco qui, ma questa squadra mi è entrata nel cuore», racconta all’Official Media l’ex centrocampista, tornato in città vent’anni dopo l’ultima volta. «Il mio grande rimpianto è stato non potermi esprimere come avrei voluto – confessa -, ho fatto fatica ad abituarmi a questo calcio. E un infortunio alla caviglia mi tenne fuori cinque mesi, senza che né io né il dottore capissimo come risolvere il problema. D’inverno, sui campi duri, quasi non camminavo dal dolore».

Salvezza. Eppure un segno l’argentino l’ha lasciato. Un segno indelebile. «Segnai su punizione quasi alla fine il pari con la Fiorentina nel ’75 – ricorda -, un pareggio che ci portò a 24 punti. Eravamo penultimi quell’anno, ma con la penalizzazione di Verona e Foggia ci salvammo. Proprio per un punto. In un certo senso, l’ho salvata io».

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